I conflitti generazionali non sono il problema del lavoro. Sono il sintomo da non trascurare

Generazioni a confronto sul lavoro

Ogni volta che il mondo del lavoro attraversa una crisi compare una nuova classificazione generazionale. Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Generazione Z. Ognuno riceve un’etichetta, un carattere, un elenco di virtù e difetti. I più giovani vengono descritti come incapaci di sacrificio, i più anziani come refrattari al cambiamento.

È una narrazione seducente perché offre un colpevole e libera tutti dalla fatica di pensare, succede da secoli, corsi e ricorsi, i vecchi e i giovani, un tempo era meglio etc. etc.

La verità è però un tantino più scomoda, e cioè che le generazioni non spiegano il lavoro, ma esattamente il contrario, è il lavoro che spiega le generazioni. Ogni epoca consegna ai propri figli un’idea di uomo prima ancora che un mercato, una tecnologia o un’organizzazione.

Se il lavoro viene raccontato come semplice scambio tra tempo e denaro, ogni generazione imparerà a contrattare il prezzo della propria presenza; se viene ridotto a sola prestazione, il valore della persona finirà inevitabilmente per coincidere con la sua performance. Se diventa una funzione (il che è anche peggio), anche l’uomo finirà per percepirsi come una funzione, un braccio meccanico e alla lunga inefficiente di un sistema più grande.

Oltre il welfare aziendale: la domanda fondamentale sul senso del lavoro

Da qui nasce il grande equivoco del nostro tempo. Si continua infatti a discutere di engagement, retention, welfare, flessibilità, benessere organizzativo, senza accorgersi che tutte queste parole restano sospese nel vuoto se manca una risposta alla domanda decisiva: ma davvero che cos’è il lavoro?

Non basta più dire che produce reddito, anche una macchina produce valore. Non basta dire che genera occupazione, anche un algoritmo distribuisce compiti.

Il lavoro è il luogo nel quale una persona costruisce la propria identità entrando in relazione con gli altri e con il mondo. È il punto nel quale economia, cultura ed etica cessano di colpo di essere discipline separate e tornano a parlare dell’uomo, si mettono al servizio di una antropologia necessaria.

Il conflitto tra generazioni e l’incapacità di capirsi

Quando però questa verità viene dimenticata o peggio nemmeno concepita per superficialità, il conflitto generazionale diventa inevitabile, esplode e dilania separando e confondendo i piani dell’esistente.

Il giovane cerca senso perché nessuno gli ha insegnato il significato del sacrificio e il lavoratore maturo difende al contempo la propria esperienza perché teme di essere ridotto al costo che rappresenta. L’impresa frattanto reclama fedeltà dopo aver insegnato per anni che tutto è sostituibile, insomma ognuno parla una lingua diversa perché tutti hanno smesso di condividere lo stesso vocabolario umano. Una torre di Babele incompiuta e conflittuale.

Perché la vera trasformazione del lavoro è antropologica, non tecnologica

Per questo l’intelligenza artificiale non è la vera rivoluzione, ma come sostengo da tempi non sospetti la sola rivoluzione è antropologica. Le tecnologie accelerano una trasformazione già iniziata quando abbiamo deciso che il lavoratore fosse una risorsa anziché una persona, un costo anziché un patrimonio, un capitale da impiegare anziché un essere umano da far crescere.

Da quel momento il lavoro ha smesso di essere un’esperienza di appartenenza, di educazione, di competenze da accrescere ed è diventato invece una continua negoziazione tra interessi individuali, particolarismi, invidie, piccinerie, finti diritti, pochi doveri.

Nessun corso sulla leadership risolverà mai questo problema alla radice. Nessun piano di welfare ricostruirà ciò che una cultura ha dissolto, come nessun manuale sulle differenze generazionali colmerà il vuoto lasciato dalla rinuncia a domandarsi quale uomo vogliamo formare attraverso il lavoro.

Un nuovo paradigma: la qualità dell’uomo e il Bene Comune

Una civiltà non si misura dalla quantità della ricchezza che produce, ma dalla qualità dell’uomo che il suo lavoro contribuisce a generare. (cfr. #progressosenzacrescita Massimiliano Pappalardo)

È questa la domanda che abbiamo rimosso. Ed è per questo che continuiamo a discutere delle generazioni senza accorgerci che il vero divario non separa i giovani dagli anziani, separa un’idea di lavoro che costruisce persone da un’idea di lavoro che consuma le persone. Finché non avremo il coraggio di ricostruire questa differenza continueremo a cambiare il nome delle generazioni, ma non cambieremo il destino del lavoro.

E ben sappiamo che senza un lavoro capace di formare uomini liberi, responsabili e partecipi di un destino comune, nessuna società potrà dirsi davvero prospera, anche quando i suoi indicatori economici continueranno a crescere.

La ripartenza non può pertanto prescindere da un rinnovato ancoraggio su quello che il lavoro può davvero rappresentare, quel luogo talora arido ma essenziale (come talora l’amore nel tempo che trascorre) per generare mondo nuovo, edificando al contempo la nostra identità alla luce di un ideale più grande che chiamiamo da sempre Bene Comune.

Contributo di Massimiliano Pappalardo – Responsabile Area Sviluppo Manageriale di VALEOin

Massimiliano-Pappalardo

Massimiliano Pappalardo

Massimiliano Pappalardo, filosofo del lavoro, consulente hr e saggista, è esperto di temi quali la consapevolezza, la responsabilità, il pensiero critico e il linguaggio delle relazioni, su cui da oltre vent’anni tiene corsi e seminari presso grandi gruppi imprenditoriali in tutta Italia.
Oggi è Responsabile dell’Area Sviluppo Manageriale per la società di formazione e consulenza VALEOin, docente presso la Core Faculty de Il Sole 24 Ore Business School e del seminario di Filosofia del lavoro presso la facoltà di Filosofia dell’Università di Catania.
In passato ha ricoperto ruoli manageriali in contesti accademici, da direttore responsabile e didattico del campus Città Studi del Politecnico di Milano e del campus dell’Università Vita-Salute dell’Ospedale San Raffaele, dove ha lavorato a stretto contatto con don Verzé. In questi ruoli per oltre dieci anni si è confrontato con bisogni, desideri e competenze di almeno due generazioni di studenti. Ha collaborato a lungo con la Fondazione Giorgio Gaber, promuovendone il pensiero sia nelle università, sia nelle scuole.
Tra i suoi libri più recenti: Dammi vita! Le parole delle relazioni con Laura Guzzo; Filosofia del lavoro (2023), Filosofia dell’educazione (2018), Filosofia della bellezza (2020) ed Essere Antifragili (2021), tutti editi da Effatà Editrice.
Scrive articoli su blog, siti di filosofia, attualità e letteratura.
Per Feltrinelli ha pubblicato Che fine hai fatto, papà? (2023).
Il suo ultimo libro è La grazia del lavoro, edizioni San Paolo(2025) e in uscita La Filosofia di Andrej Tarkovskji per Effata (2025) edizioni


Dai falsi miti alla sinergia: come trasformare la convivenza generazionale in valore per la tua azienda

Il lavoro non è una mera transazione di competenze, ma un luogo di convergenza tra storie, aspettative e visioni del mondo differenti. Gestire la compresenza di generazioni che attribuiscono significati diversi al concetto di “impegno” e di “futuro” richiede di superare le vecchie lenti interpretative per evitare incomprensioni, resistenze e crisi di senso.

Per supportare Direttori HR, Manager e Team Leader in questo cambio di prospettiva, il team di VALEOin ha sviluppato un percorso mirato e interattivo, progettato per decostruire i falsi miti sulla performance, abilitare un dialogo autentico tra diverse età in azienda e trasformare la diversità generazionale in un punto di forza competitivo.

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